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(From Kazakhstan) La dogana di Baku, e l’arrivo ad Aktau (…passando per il Paradiso ?!?) -

In SimOnKazakhstan on 21 Aprile, 2008 at 2:35 pm
Aktau, Simo sul lungomare

Notte tra Martedì 15 e Mercoledì 16 Aprile 2008

 

Stavo faticosamente tentando di riallacciarmi la cinta del mio jeans, e al contempo di rimettermi in sesto maglietta e maglione. Senza scarpe, con ancora una sorta di cuffia azzurra a ricoprire entrambi i piedi, un po’ stralunato e scocciato per quanto appena successo, mi ritrovo improvvisamente circondato da un trio di ufficiali della sicurezza azerbaijani (o come diavolo si scrive…), che con aria molto seriosa, cominciano a sommergermi di domande…

Ma credo sia meglio fare un paio di passi indietro, per chiarirvi quanto sia stata interessante anche l’esperienza vissuta dal sottoscritto in quel di Baku, Azerbaijan. Anche perchè, come dimostra la foto che mi ritrae sul lungomare di Aktau, Kazakhstan, alla fin fine nella terra di Borat ci sono giunto…

 “Quando arriverai a Baku, non agitarti. Il percorso per i viaggiatori è obbligato, giungerai ad una grande sala dove viene effettuato il controllo passaporti. A quel punto troverai un gruppo di signorine con dei cartelli in mano, con la lista delle persone a cui offrire assistenza per il disbrigo delle formalità. Sono già state pagate. Dai a quella con il tuo nome il passaporto, il biglietto elettronico, e lo sticker relativo al tuo bagaglio. La sig.ina ti porterà in una delle sale d’attesa, e là aspettala”

Queste, più o meno, furono le parole di mio padre, per quanto riguarda l’arrivo a Baku. E difatti, appena giungo nella suddetta sala, unitamente agli altri viaggiatori, veniamo accolti da un gruppo di circa 4-5 ragazze del posto, tutte molto professionali, distinte, con in mano dei cartelli. Vado da quella sul cui cartello c’è scritto il mio nome, e le consegno il tutto. Mi indica un lato della sala, e lì aspetto.
Ci sono un gruppo di italiani, li riconosco da brandelli di conversazione che mi arrivano, anche se non capisco di cosa stanno parlando.
Rimango solo soletto. Sono un po’ stanco, e non vedo l’ora di ritrovarmi sull’aereo che mi porterà a destinazione.
A volervela raccontare tutta, la mia vescica manda dei segni vitali, ma appena mi giro in cerca della toilette, ci sono due ufficiali che mi guardano torvo. Ok, state bene così, e rimango buono buono nel mio angoluccio.

<<AAAAKTAAAU, AAAKTAAAUUUUUU, AAAAKKTAAUUUUUUUUU>> urla improvvisamente uno dei locali, rivolgendosi a noi stranieri diretti verso il Kazakhstan, indicandoci di entrare in un ascensore. Diligentemente, lo seguiamo, e ci porta nell’immensa sala soprastante a quella dove ci trovavamo prima, nella quale sono presenti le sale d’imbarco, solo due, per le varie destinazioni, alle quali, prima di accedervi, bisogna passare le forche caudine del metal detector.

Rimango seduto ad osservare i miei imminenti compagni di viaggio che, avendo già superato le varie formalità del controllo passaporti, stanno passando per le sopra citate forche: si tolgono le scarpe e le cinture, consegnano il bagaglio a mano, e poi entrano in una cabina dove devono alzare le mani, mentre una telecamera li riprende, per poi esser nuovamente perquisiti all’uscita dalla cabina stessa.

Non appena ricompare la tizia con i miei documenti, mi avvicino anch’io alle forche…e mi ritrovo fianco a fianco con un ragazzo italiano, visibilmente provato anche lui dal lungo viaggio.
Più giovane di me, mi racconta che lavora a Kurik, un piccolissimo villaggio sul mare, distante circa 150 km da Aktau, nel quale è presente un campo della Saipem. Da lì, traghettano i materiali e la componentistica necessaria alle piattaforme presenti nel Mar Caspio per l’estrazione del petrolio.

Cominciamo entrambi a toglierci le scarpe, infilandoci delle buste azzurre ai piedi, poi è il turno delle cinture dei pantaloni, infine consegnamo il bagaglio a mano e il cappotto a chi di dovere, e lui mi precede dentro la cabina di cui vi dicevo prima.
Quando arriva il mio turno, improvvisamente mi accorgo di essermi perso il cellulare.

Comincio a guardare trafelato sul pavimento, mentre l’ufficiale della dogana mi osserva con fare severo. M’inchino sotto la panca, ri-guardo sul pavimento, ma nulla da fare.
Svanito.
A quel punto, l’ufficiale mi fa cenno di andare dentro la cabina.

“Stop. I can’t go there” gli rispondo serio.

“Why?” ribadisce lui a brutto muso.

” ‘Cause I lost my telephone” ribadisco io, calmo.

Arriva a chiedermi dove, e gli rispondo, in inglese maccheronico, che se sapessi ‘dove’, non sussisterebbe il problema. Alla fine, mi intima di entrare nella cabina, all’uscita della quale vengo nuovamente perquisito. Quando tutto è a posto, comicio a rivestirmi, incazzato nero per il cellulare, tanto da non curarmi dell’ufficialessa azerbaijana che mi svuota il bagaglio a mano, sequestrandomi la limetta per le unghie ed un paio di minuscole forbicette. Ah, tra l’altro mi butta anche la bottiglia di plastica con l’acqua.

E arriviamo al punto iniziale: mentre mi sto affannosamente allacciando la cintura, tre ufficiali della sicurezza mi circondano, e cominciano a parlarmi in dialetto locale. Con le mani sulla cintura, me li guardo un po’ agitato, quando alla fine uno dei tre mi punta davanti al viso un telefonino.

IL MIO.

Stavo per prenderlo, quando l’ufficiale ritrae la mano, e con sguardo cattivocattivo mi dice: ” It’s Yours? ” (è tuo?)

No, de tu’ sorella ” gli volevo rispondere. Ma mi limito ad annuire, spiegandogli in inglese che, se lo riaccende, vedrà una bellissima ragazza sul display.
Accende lo strumento, vede la foto di RaffaBella, annuisce, la fa vedere ai suoi due colleghi, e cominciano tutti a sorridere compiaciuti.

Poi mi restituiscono il cellulare, mi danno una pacca sulle spalle, e mi fanno cenno di andare verso la sala d’imbarco, verso cui mi dirigo, con la vescica sempre più piena, con una limetta per le unghie e un paio di forbici in meno, senz’acqua e…
con un’esperienza in più.

L’ultima tappa di viaggio, vissuta su un aereo delle Azerbaijan Airlines, mi ripaga del recente stress. Aereo pulito, funzionale, con 4 hostess che sembrano uscite da una rivista di moda: una rossa prosperosa, con labbra carnose e seducenti. Un’altra che sembra Miss India, tipica bellezza esotica. Poi abbiamo la biondina con fattezze tipicamente russe, ed infine l’ultima, dai tratti somatici molto thailandesi…rimango piacevolmente inebetito, e per un attimo mi sovviene il dubbio che, in realtà, all’aereoporto di Baku mi abbiano sparato, e che ora mi ritrovo sul primo volo utile per il Paradiso.

In realtà non è così. All’una di notte, ora locale, arrivo finalmente a destinazione.
Aktau, nella parte più occidentale della nazione kazaka, dove supero l’ultimo controllo passaporti della giornata, e mi ritrovo, finalmente, in compagnia del baffuto sorriso di mio Padre.

E questo, è solo l’inizio…

Aktau, lungomare

## CONTINUA ##  ( by Simo, Aktau, Kazakhstan )

  1. finalmente arrivato a destinazione… mi sto divertendo a leggere le tue nuove avventure/disavventure… non vedo l’ora che tu scriva il seguito… inutile dirti di vedere e fotografare tutto, che poi, quando torni, mi devi raccontare, senza dimenticare nulla… baci baci, buon divertimento e saluti al babbo!!!

  2. p.s. finalmente conosciamo raffaella… “ve la devo far conoscere, ve la devo far conoscere” ed invece… sei partito!!! almeno via blog, meglio di niente… cmq qui ho un sacco di aggiornamenti da farti, ma non so se provvedere subito o farteli penare un pò… mettiamola così: ti racconto 2 cose veloci veloci e tu cerccherai di capire… 1) qualcuno si è dimenticato finalmente la ex ed esce con una ragazza nuova… 2) qualcuno è incinta (e non sono certo io…), ma calcolando il tempo immemorabile che non la vedo e non la sento non so altro… per ora passo e chiudo senza convenevoli, tanto li ho usati nel commento precedente, l’unica cosa che posso fare ora, è salutare raffaella (oltre che te, ovviamente…). baci alla prox…

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